Luglio 18, 2025
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Tecnica, etica e istinto: il racconto di un tatuatore che trasforma la pelle in emozione e memoria. Intervista ad Attilio Barletta

Dal rito tribale all’identità contemporanea, il tatuaggio raccontato da chi lo vive come emozione, professione e responsabilità

Un tempo i tatuaggi erano simboli di appartenenza tribale, marchi di guerra o di fede.
Dalle antiche mummie egizie con simboli rituali alle elaborate opere irezumi dei maestri giapponesi, il tatuaggio è da sempre un linguaggio universale inciso sulla pelle dell’uomo per raccontare storie, identità, riti di passaggio.
In un’epoca in cui spesso è ridotto a moda veloce o a prodotto da social, c’è chi lo vive ancora come un atto sacro, profondo, che unisce tecnica, ascolto e tanto altro.

Attilio Barletta è uno di questi artisti: per lui il tatuaggio non è mai solo un disegno, ma una vibrazione, una trasformazione che parte dalla pelle e va oltre.
La sua è una filosofia, la stessa che si respira nel suo studio, Sottopelle Tattoo a Rende, un luogo dove ogni linea è pensata per durare, emozionare, resistere al tempo.

Ecco la sua intervista, tra sperimentazione cromatica, etica del mestiere e quella sottile magia che trasforma aghi e pigmenti in storie vive.

Sei noto per l’uso magistrale dei colori. Quanto studio e quanta sperimentazione ci sono dietro ogni sfumatura?
Tonnellate, autotreni, maree. Ogni sfumatura che vedi non nasce per caso: dietro ci sono ore di prove su carta, su pelle sintetica e tanta osservazione della realtà. I colori, per me, non sono solo pigmenti: sono emozioni, profondità, tridimensionalità. Il trucco? Conoscere la teoria… e poi dimenticarla al momento giusto. Sperimentare è l’unico modo per andare oltre il “già visto”.

Sempre più spesso spuntano tatuaggi a prezzi stracciati. Cosa rischia chi sceglie il “low cost” in un’arte così delicata?
Chi paga poco, spesso paga due volte… o peggio si porta addosso l’errore per sempre. Un tatuaggio non è un’offerta del Black Friday ma è un intervento permanente sulla pelle, non una scelta da fare alla leggera. Il low cost nel tatuaggio (anche se allettante) spesso significa zero igiene, zero preparazione, zero studio. Il risultato? Un lavoro da coprire nel giro di sei mesi. Oggi chiunque si improvvisa esperto in ogni stile, causando solo caos e confusione. Ma un tatuatore non è un juke-box pronto a eseguire qualunque richiesta, servono etica, consapevolezza e il coraggio di dire “questo non è il mio stile”. Affidare il proprio corpo a chi non rispetta nemmeno il proprio mestiere è un rischio enorme. Il tatuaggio è arte, identità, responsabilità. Non svendiamolo.

Da dove trai ispirazione per creare sfumature che sembrano vive? È solo tecnica o anche istinto?
È un mix letale: 90% ossessione, 10% istinto. Guardo i cieli al tramonto, la pelle umana sotto la luce, i dipinti classici, le fotografie in pellicola… qualsiasi cosa che “vibra” visivamente. Ma poi entra in gioco il polso, l’occhio, e quel momento in cui non pensi: senti. È lì che la sfumatura prende vita. A volte, mentre pulisco la zona, il colore si spande su tutto il tatuaggio. Sembra quasi che qualcuno lo stia completando al posto mio, colmando le parti vuote. Così, prima di pulirlo definitivamente, aggiungo altri mattoni di colore dove mancano. Non so spiegare perché accade, ma accade.

C’è un tatuaggio che ricordi come una sfida particolare? Uno di quelli che ti ha segnato artisticamente?
Sì, uno in particolare: un tattoo ornamentale su una cicatrice importante che si estendeva su tutto l’addome. Non era solo tecnica – era ascolto, rispetto, trasformazione. Ho dovuto adattarmi alla pelle, alle cicatrici, al ricordo, alle emozioni del cliente e alle mie stesse paure di “non rovinare” una pelle già martoriata. Quel giorno ho capito che tatuare non è solo disegnare… è mettere a fuoco l’anima di qualcuno, entrare dentro il dolore e la sua percezione di vedere finalmente qualcosa di brutto coperto con qualcosa di bello, senza sbagliare linea.

“Sottopelle Tattoo” evoca qualcosa di intimo e profondo. Vuoi raccontarci da cosa e da dove nasce l’idea, cos’è che ti ha spinto a scegliere questo nome per il tuo studio?
Perché un tatuaggio, se resta solo sulla pelle, è solo un disegno.
Quello vero va oltre: entra sotto, dentro. Il nome è nato quasi da sé, come una verità sussurrata.
Ogni linea che traccio vuole andare in profondità, raccontare qualcosa, lasciare un segno che resista al tempo, alle mode, e persino al rimpianto. In Sottopelle ci stanno tutte le emozioni dell’essere umano: rabbia, gioia, dolore, felicità, tristezza… la pelle diventa un contenitore di ciò che siamo o che vorremmo essere. Sottopelle è ciò che resta quando tutto il resto passa.

Cosa consiglieresti a un giovane che vuole avvicinarsi al mondo del tatuaggio senza improvvisarsi?
Semplice: umiltà, fame, studio e pazienza.
Non sei un artista solo perché hai preso in mano una macchinetta.
Impara a disegnare prima ancora di tatuare.
Osserva chi lavora bene, chiedi, ascolta. Accetta le critiche.
E se pensi che sia tutto “facile”, stai sicuro: non sei pronto.
Questo mestiere non è per chi vuole fare “colpo”, ma per chi vuole lasciare segni veri.

E alla richiesta di lasciarci con un’ultima considerazione, Attilio ci saluta così: “Il tatuaggio è l’arte più sincera: non si appende al muro, si indossa.
È memoria, identità, cicatrice scelta.
In un mondo che cancella tutto, noi incidiamo storie… in un mondo pieno di filtri, noi usiamo aghi.
L’ago punge, ma l’identità brucia di più”.

Il tatuaggio, ieri simbolo tribale e oggi gesto di libertà e rinascita, continua a incarnare un bisogno antico e potente: quello di raccontarsi, di imprimere sulla pelle ciò che la voce non sa dire.
Con artisti come Attilio Barletta, questa tradizione non solo sopravvive, ma evolve in un’arte che vibra, respira, entra davvero sottopelle.

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