Aprile 19, 2025
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Nel ventre del museo”: folla, arte e fantasmi del presente

Tra overtourism, crisi d’identità e consumo culturale: perchè il museo deve reinventarsi per restare vivo

C’è qualcosa di surreale nell’osservare la Gioconda attraverso un telefono.
Succede tutti i giorni, nella Hall Napoléon del Louvre, mentre la folla – lenta, accaldata, con gli occhi a metà tra lo schermo e l’opera – si accalca davanti al quadro più famoso del mondo.
Si muovono come fedeli in un pellegrinaggio secolare, ma senza silenzio.

Il museo, tempio dell’arte, è diventato un passaggio obbligato nelle rotte turistiche globali: otto milioni di persone all’anno solo al Louvre, il doppio rispetto a quello che la struttura era stata progettata per accogliere negli anni Ottanta.
È una massa che respira troppo forte e troppo vicina, che lascia poco spazio all’arte e molto al disagio.

Lo ha detto anche Laurence des Cars, direttrice del museo, in un’intervista al Guardian: visitare il Louvre, oggi, è diventato un “calvario fisico”.

I problemi sono tanti, alcuni piccoli e concreti – bagni insufficienti, segnaletica confusa, assenza di aree di riposo – altri più profondi, come crepe invisibili sotto un affresco.

La sicurezza, ad esempio, è uno di questi: “il personale sembra esserci solo per indicare la direzione, non per proteggere i quadri”, raccontano i visitatori.
Il governo francese ha risposto con misure pragmatiche e spietate: un biglietto speciale per vedere la Gioconda, un ingresso riservato, prezzi più alti per i turisti extra-UE.

Ma non è solo una questione di soldi.

Il Louvre, che ha esportato la sua immagine nel mondo (vedi: Abu Dhabi, Lens), non ha mai davvero ristrutturato il cuore di tutto: la sua casa parigina, che oggi sembra più una macchina ingolfata che un luogo sacro.

E non è un caso isolato.
A Firenze, gli Uffizi hanno battuto ogni record nel 2023 con oltre cinque milioni di ingressi.

Numeri impressionanti, che però si trasformano in lunghe code, in stanze sature, in una città esausta.
Il nuovo direttore, Simone Verde, ha provato a restituire un po’ di respiro: aperture serali solo per i residenti, digitalizzazione di biglietti e depliant, più prenotazioni online.

Un’idea semplice: rallentare, restituire intimità.

Ai Musei Vaticani, la direttrice Barbara Jatta ha una visione diversa: l’overtourism non è una maledizione, dice, ma un’opportunità.

Perché l’arte non è più questione per pochi, ma per tutti.
E allora servono percorsi nuovi, orari estesi, tecnologia e accoglienza.
Ma anche qui, nel pieno di questa festa perenne, resta una domanda sospesa.
Cosa stiamo davvero cercando, dentro un museo?

Il filosofo inglese Mark Fisher, in “Realismo Capitalista”, descrive un museo come un’astronave aliena piena di reliquie, dove gli oggetti sono privati di vitalità e ridotti a oggetti di consumo.

Così la Guernica di Picasso – nata come urlo politico – oggi è solo un’icona, privata di contesto, di funzione, quasi svuotata.
Se tutto è diventato immagine, spettacolo, superficie da immortalare con un click, cosa rimane della memoria, del dolore, della lotta che quelle opere volevano raccontare?

Fisher scrive: “Una cultura che si limita a preservare se stessa non è una cultura”.
E allora la questione si fa urgente: cosa deve essere un museo nel 2025?
Un magazzino immenso, perfettamente illuminato e soffocato da visitatori, o un luogo dove si torna a pensare, a creare, a respirare?

Forse, la risposta sta nel trovare un equilibrio.
Tra memoria e presente, tra turismo e cura, tra folla e solitudine.
Tra la mano alzata con lo smartphone e lo sguardo che si perde, finalmente, dentro un’opera d’arte.

Perché l’arte non ci salverà, forse.
Ma può ancora ricordarci chi siamo stati.
E forse anche chi vogliamo essere.

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