Wanda Marasco nel suo romanzo “Di spalle a questo mondo”, tesse l’incanto della parola con la fragilità umana
Leggere “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza), il nuovo romanzo della scrittrice Wanda Marasco, è stato come dare corpo a una voce, la sua, che al telefono mi leggeva brani della storia di Ferdinando Palasciano, medico filantropo precursore della Croce Rossa, e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova, principessa russa.
E questa voce, incarnata nella parola scritta, ha dato vita a una storia indimenticabile, intrisa di quella profondità che tocca gli abissi più oscuri della mente e le vette più alte della grazia umana.
Siamo a Napoli, è il 1887. Ferdinando Palasciano, paladino della neutralità della cura dei feriti di guerra, coltiva la sua vocazione di medico guardando ammirevolmente il nonno materno, Vincenzo Di Cecio, veterinario, e la nonna materna Palma Giacobone, levatrice, avvertendo già nell’eredità di sangue la chiamata alla cura dell’altro.
“La vocazione che è dono e condanna, ma vince su tutte le miserie”, così come può esserlo soltanto la scrittura, e l’arte in generale, capace di vincere su tutte le inopie del mondo.
L’atmosfera è pervasa dall’idea che la vita è una continua attesa (Beckett) nella quale l’attimo presente si nutre dei ricordi passati e il tempo così si allarga, contiene in sé tutto, passato presente futuro, si fa infinito, e sfocia per Palasciano nel mare tempestoso della follia.
Come un moderno Don Chisciotte, il nostro protagonista intraprenderà il suo viaggio per difendere i deboli e riparare le ingiustizie, ma la sua tenace caparbietà lo porterà a vedere la realtà in maniera distorta, e molti non lo comprenderanno.
Sua moglie Olga, lo guarda dalla finestra attraversare il portone quando vengono a prenderlo per portarlo a Villa Fleurent.
Con le pagine di Olga, l’autrice dà voce agli aspetti dell’universo femminile, spesso taciuti o omessi, come il sentimento delle assenze, tema caro a Marasco, quei vuoti e quelle mancanze di cui le donne sono esperte, perché li vivono all’interno del proprio corpo, destinatarie di un sentire la vita e la morte, in maniera più sotterranea, forse più vicina e più radicata nella memoria cui il corpo si fa da tramite, la zoppia di Olga, né è un chiaro simbolo: forse la principessa russa incespica, non solo per l’incidente avuto da bambina inciampando in una radice, ma perché ha somatizzato, in quella parte del corpo vocata al sostegno, il vuoto, la mancanza dell’amore materno, che l’ha condannata a non saper andare nel mondo con passi certi.
Come in Virginia Woolf (Mrs Dalloway, Al faro, Le onde) e in William Shakespeare (Racconto d’inverno, La tempesta), anche nelle pagine di questo romanzo, il Tempo è protagonista, silenzioso ma imperante sulle teste di tutti, non è un susseguirsi cronologico di eventi, non è lineare, bensì come un rivolo selvatico ha un corso tutto suo, è il tempo senza forma della coscienza umana che si affida alla memoria, al passato, al terreno dei ricordi, e il tempo si restringe, e il tempo si dilata, o come direbbe Anna Maria Ortese esso è lo “scorrere eterno o lo svanire di tutto”, e noi che leggiamo compiamo un viaggio nei tempi e nei luoghi del romanzo.
Il legame con la Natura è molto forte in queste pagine, segue influssi esoterici e simbolici, luogo edenico per eccellenza è il Giardino, vi è il richiamo quasi continuo alla mandragora, pianta magica e curativa, sono tutti segnali in filigrana di un sentire la Terra molto forte, suggeriscono l’appartenenza a un luogo-memoria che rivive tramite la finzione letteraria.
Altra grande protagonista è la Torre del Palasciano, che si erge sulla collina di Capodimonte, la Marasco effonde il sentimento per questo luogo facendo confluire in tale spazio quella risonanza con l’anima e la spiritualità, che solo il genius loci sa sprigionare.
In questo antico spirito che è la Torre, confluiscono finzione e realtà: in via Moiariello, a Capodimonte, la scrittrice è nata e cresciuta e in via Moiariello ha vissuto anche Vincenzo Gemito, grandioso scultore protagonista del precedente romanzo “Il genio dell’abbandono” (Neri Pozza).
Questi luoghi sono segni che non è possibile trascurare, così come i numeri: il 1887 è l’anno della follia sia per Gemito che per Palasciano.
Napoli è raccontata, in maniera sublime, nelle sue peculiarità identitarie, ma è in sostanza teatro del mondo, è luogo e lingua per raccontare una storia, potrebbe essere paese senza nome, città universale, è mappa simbolica, sicuramente luogo conosciuto e amato.
La scrittura di Marasco si intreccia saldamente alla pietas, alla compassione, riflette sulle sofferenze dell’essere umano, sulla claudicanza dell’umanità simboleggiata nella zoppia di Olga, sull’irrealizzabile desiderio dell’immortalità che prende la via della follia in Ferdinando Palasciano, tanto è forte in lui il desiderio della cura ai mali degli uomini e degli animali, è un continuo canto in molteplici variazioni di tono, rivolto alla sofferenza universale, alla fragilità umana, abbracciando per intero il Corpo celeste di ortesiana memoria.
Le grandi ragioni degli uomini, gli ideali della patria, la guerra, la malattia, l’assistenza, la cura, la povertà, l’ingiustizia, le passioni, sono specchi del grande mosaico che Marasco compone nel suo nuovo romanzo, un nuovo mondo denso di particolari al quale approcciarsi gradatamente.
La lettura di queste pagine somiglia alla degustazione di una pietanza cucinata con amore e lentezza, prestando dedizione a ogni singola parola.
E’ opera fine di Aracne, ogni ricamo di frase, dà valore al tempo che la storia contenuta in questo libro ha richiesto.
Non è una lettura che si consuma veloce, d’un fiato, ingurgitata come un cibo fast-food, ogni pagina ha senso profondo, capace di schiarire le oscurità che ci portiamo addosso e nelle quali i protagonisti del romanzo sono invischiati, cercando di trovare spiragli di luce e conforto nell’amore e nella speranza.
Con l’inclinazione naturale del teatro e il passo sicuro della drammaturgia, Wanda Marasco ci consegna un romanzo di raro splendore, struttura stratificata, si pone a diversi livelli di lettura che coinvolgono anche la poesia come salvezza, alla maniera dostoevskijana, appuriamo ancora una volta la ricercatezza linguistica e stilistica dell’autrice, a tratti c’è spazio anche per il teatro dell’assurdo, e mi viene in mente la scena del letto-treno nel romanzo, e così pure per il teatro classico (L’asino d’oro di Apuleio), ogni parola ha la sua collocazione esatta e così ogni scena immaginata e trasposta su carta.
La lexis presente in queste pagine è essa stessa opera d’arte perché ha impegnato la mente, il cuore, l’anima e le mani di una scrittrice che ancora scrive a mano, batte a macchina, una pura artigiana della parola.
E questo sulla pagina, si sente.
di Maddalena Ceglia
